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Topper Harley


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Topper Harley, ex-alcolizzato esperto in strategie di pace, vive in esilio in un tepee in Nepal, in compagnia di un'amica immaginaria vestita di nero con una falce in mano. Richiamato in patria per salvare la libertà di pensiero in una pericolosa missione in Eurasia, incontra una splendida professoressa di cui si innamora perdutamente e che ricambia la passione con ardore epiteliale. Un giorno, per motivi ancora ignoti, lei lo abbandona e lui, tornato nel suo tepee dopo aver disertato, decide di aprire questo blog per raccontare il resto della sua vita.

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mercoledì, 11 novembre 2009

Ciao Marat.


Topper Harley | 19:06 |

sabato, 31 ottobre 2009

Se muoio voglio essere fermentato.


Topper Harley | 23:49 |

giovedì, 24 settembre 2009

Loro sono quelli che in questo momento - e un momento può durare anche una vita o una vita un momento - mi stanno più sulle palle. Loro non sono quelli del Bilderberg, non sono quelli del Nuovo Ordine Mondiale, non sono gli extraterrestri.
Loro appartengono ad un'altra classe. Loro sono la bella gente. Loro sono quelli che, da un minimo di otto ad un massimo di ventidue ore al giorno, perchè lo fanno anche nel sonno, sono capaci di parlare esclusivamente di lavoro, quello cosiddetto d'ufficio. Loro comunicano in una lingua che è un misto di altre lingue e usano termini di cui spesso non conoscono il significato ma che devono usare perchè usati da altri come loro. Loro vestono sempre bene e non conoscono le scarpe da tennis, se non per giocare a tennis. Loro, gli uomini, dal lunedì al giovedì vestono sempre uguale, con abito e orologio del valore direttamente proporzionale alla posizione in azienda; il venerdì vestono con i colori più sgargianti che possano esistere. Loro, le donne, non sono da meno: colori sgargianti anche la notte e tacco inversamente proporzionale alla capacità di starci sopra.
Loro hanno sempre un capo. Loro scattano sull'attenti se il capo alza lo sguardo e ridono alle sue battute anche quando battute non sono. Loro rispondono al primo squillo quando il capo chiama e mollerebbero la madre in punto di morte se il capo li convocasse; ma il capo non li convocherebbe perchè anche lui ha un capo. Loro sono in copia nelle mail del capo e, quando le ricevono, gli altri devono saperlo. Loro cambiano il tono di voce e la cadenza in base all'autorità dell'interlocutore. Loro parlano sottovoce in presenza degli altri perchè stanno dicendo qualcosa di importante e riservatissimo. Loro prendono il caffè che fa schifo alla macchinetta e dicono che fa schifo da anni ma lo prendono lo stesso. Loro sanno essere simpatici ma solo per tre minuti e non sempre consecutivi. Loro fanno carriera perchè sono competenti davvero ma anche perchè sanno ridere alle battute del capo e scattare sull'attenti quando il capo alza lo sguardo e rispondere al primo squillo quando il capo chiama. Loro non sanno prendere il capo per il culo e costantemente lo prendono in culo dal capo. Loro non ripetono mai. Loro aiutano ma spesso, contemporaneamente, ordinano. Loro sono i migliori di tutti e, quando non lo sono, sono inferiori al capo.
Loro escono insieme, vanno a pranzo in mensa e a cena fuori. Loro si accoppiano, spesso in ufficio. Loro si riproducono. Loro sono qualcuno lì dentro e credono che lì dentro sia anche fuori. Loro non sono ma hanno questo, hanno quello, fanno questo e vanno in quel posto. Non proprio esattamente dove li sto mandando io in questo momento. E un momento può durare anche una vita.


Topper Harley | 18:17 | commenti (28)

martedì, 15 settembre 2009

"Nessuno può mettere Baby in un angolo".
Il mio sta diventando un blog di necrologi.


Topper Harley | 14:44 | commenti (11)

martedì, 08 settembre 2009

Vogliono farci credere che Mike Bongiorno è morto. Cazzate. Cioè sì, è morto, ma non oggi. E' morto almeno vent'anni fa. E' che hanno finito le registrazioni della Ruota della Fortuna.


Topper Harley | 17:21 | commenti (16)

venerdì, 28 agosto 2009

Capita una volta nella vita. Che vai a cena da amici e subito noti un paio di occhi che ti squadri. Che la serata sia divertente, la birra scorra a fiumi e l'innocenza delle battute vada via via perdendosi. Che la serata tranquilla si trasformi in un set di strani personaggi. Che la donna cannone sia in amore con un avvocato di indubbio fascino. Che l'infermiera dalla cinquanta abbondante abbia un viso d'angelo. Che il festeggiato abbia già un matrimonio fallito e un figlio malgrado un'età brevissima. Che alla combriccola si unisca una pornostar andata in bianco.
Capita una volta nella vita. Che tra tanti sguardi sorridenti uno ti colpisca. Che quello sguardo diventi un volto, quel volto un corpo, quel corpo un'anima troppo giovane per te ma che, sul momento, non sei in grado di respingere.
Capita una volta nella vita che, al primo incontro, quel paio di occhi decida di seguirti portando con sè tutto il resto. Che tra un bicchiere e l'altro si decida di passare la notte nello stesso letto. Che arrivati a casa lei si spogli e si distenda. Che dopo tre minuti lei dorma e tu, grandissimo stronzo, ti metta davanti al pc a scrivere.
Perchè capita una volta nella vita che un barlume di coscienza sia concorde con il destino nel dire che non sarebbe stato giusto un finale diverso.


Topper Harley | 01:17 | commenti (27)

martedì, 25 agosto 2009

Non riesco a dormire, fa caldo e ho la coscienza piena di roba inutile che non vuole nascondersi nel baule dei ricordi. Devo smetterla. Mi invento che ho sete. Non è vero ma, barcollando, arrivo al frigo e mentre sorseggio dalla bottiglia tuonano nella testa le parole di una canzone che conosco a memoria:

I know someday you'll have a beautiful life,
I know you'll be a star,
In somebody else's sky...

Gliel'avevo dedicata anni fa. Mai testo è stato tanto appropriato a qualcosa che ho vissuto. Torno a letto canticchiando malgrado la musica e le parole siano tutt'altro che allegre. E' la naturale tendenza a farci del male quando le difese sono abbassate, nel sonno, nel dormiveglia, quel lungo attimo in cui non siamo consapevoli di cosa può colpirci.
Il buio mi circonda. Black è il titolo della canzone, manco a dirlo. Forse sto solo pensando di cantarla. Forse non mi sono nemmeno alzato dal letto. Allora mi alzo sul serio. O di nuovo. Accendo il pc, ho bisogno di scrivere. Una volta per scrivere bastavano quattro dita su una matita e un pezzo di carta, ora ce ne vogliono dieci su un pezzo di plastica che ha già tutte le parole del mondo, basta mettere in ordine le lettere. Faccio partire il primo mp3 che capita, è Innuendo. Senza volerlo mi soffermo su questo verso:

If there's a God or any kind of justice under the sky...

Qualcosa mi turba. Potrebbe essere un rumore che viene dall'altra stanza: la mia coinquilina, un ladro, il vento, non importa purchè non venga qui. Ma non è questo. Sono le parole di quest'altra musica. Una parola anzi, il cielo.
Inizio a scrivere pensieri sparsi che un giorno diverranno un post, se ho fortuna un romanzo. Navigo su internet. Leggo senza leggere niente. Un'altra canzone ancora colpisce la mia attenzione. Sono gli U2. Non è il 4 aprile, non è mattina presto, nessuno ha sparato, non sono a Memphis eppure:

Early morning, april 4,
Shot ring out in the Memphis sky...

Poi vedo il banner e capisco. Il cielo. 49 euro una tantum. E per tre mesi vedo Mondo, Cinema, Sport e Calcio.

E così sottoscrivo l'abbonamento a Sky...


Topper Harley | 00:49 | commenti (15)

venerdì, 21 agosto 2009

L’ho ribattezzato Passo Pordoi in memoria delle scalate mitiche e dolomitiche del Giro d’Italia. E’ un tratto di strada che raggiungo in mountain bike dal mio tepee dopo non so quanti chilometri, sempre in salita, sempre sotto sforzo, sempre con tre parole in testa: “quando cazzo arrivo”. Il punto è che non arrivo, perchè finiscono quei chilometri in pendenza ma inizia il Pordoi che di pendenza arriverà al 20%, il limite credo umanamente e fisicamente concepibile da chi costruisce le strade. Il Pordoi non è semplicemente una salita dopo le salite, è un muro, è verticale. Se ci arrivassi a velocità, andrei a sbatterci. Le auto fondono il motore tentando di percorrerlo. Qualcuno ci ha provato a piedi, con le ventose sui gomiti e sulle ginocchia, ma non è più tornato. Ad oggi nemmeno Google Earth è riuscito a determinare dove porti quella strada. Una leggenda narra che anni fa un tale, arrivato misteriosamente dall’altro lato facendo il giro largo, si sia suicidato lasciandosi cadere lungo l’asfalto e che il suo spirito stia ancora svolazzando da quelle parti. Personalmente provo a scalare il passo da oltre un anno senza risultati. Ormai l’impresa somiglia ad un cubo di Rubik, un rebus di Briga o un permesso di soggiorno in Italia ossia una pratica quasi impossibile da sbrigare. Una di quelle cose che, fatta, non cambia la vita ma che al tempo stesso permette di entrare nell’elite di coloro che ci sono riusciti. Perché quelli che riescono in qualcosa di significativo, rispetto a quelli che non ci riescono, sono sempre di meno. Io purtroppo sto ancora con la maggioranza. Le mie fatiche mi portano soltanto all’incrocio con semaforo da cui il Pordoi ha inizio e a cui arrivo già con le gambe che trasudano acido lattico. Al semaforo mi fermo – non perché sia rosso – faccio inversione e torno indietro mestamente senza nemmeno pedalare, visto che il percorso, a quel punto, me lo trovo tutto in discesa. E lì, con le gambe distese sul manubrio e le braccia incrociate sulla nuca, guardo il cielo e mi chiedo se un giorno riuscirò a superare quell’ostacolo. A volte, in attesa che la bici mi riporti a casa, leggo un libro o cazzeggio con il portatile. Ieri ho scritto questo post. Domani magari scriverò che il Pordoi è finalmente un ricordo.


Topper Harley | 17:46 | commenti (9)

lunedì, 20 luglio 2009

Cos’è la felicità? Beh, è una domanda del cavolo, una domanda alla 21 grammi. Come chiedere a Dio dove abita (ok, ad Arcore, ma non intendevo questo). E poi non sono Coelho. Insomma, non so rispondere e in effetti nemmeno mi interessa. L’altra sera però ci riflettevo. L’altra sera ero un po’ ubriaco e si sa che è in queste circostanze che vengono fuori le deduzioni migliori. L’altra sera ho goduto di un pezzo di felicità.
Ci avevano da poco rilasciato e, gironzolando per la città in cerca di alcool, capitiamo più o meno per caso presso una bottega di anticaglie che, secondo qualcuno, la sera fungeva anche da pub. Entriamo dal piccolo ingresso, camminando verso il fondo tra cianfrusaglie e mobili antichi, sguardo a sinistra ed eccoci immersi in uno spazio enorme, con un bancone, tavoli e un palco pronto per uno spettacolo. Dappertutto bicchieri colmi di vino e birra in mano alla gente e piatti di pizza sparsi. Il posto è squallido come piace a me e quella specie di palchetto è davvero incredibile, sembra un dipinto su una parete partorito a quattro mani da Kafka e Lynch. Due amiche chiedono subito da bere due birre alla spina. Prendono i soldi per pagare ma la signora dietro al bancone le blocca dicendo che quella sera era tutto (e quando dico tutto, voglio dire tutto) gratis. Gratis, bella parola. Gratis perché si festeggiava il fondatore di quel posto. Diciamo che si commemorava il fondatore di quel posto, visto che era morto da qualche giorno.
Appresa l’informazione, uscivo dal locale pochi secondi dopo con birra e patatine. Rientravo con i bicchieri vuoti e uscivo di nuovo con vino e salatini. Così per un po’, finchè il passo si è fatto barcollante, la risata sciocca e l’animo felice. Perché io, in quel frangente, ero felice. Non solo perché stavo bevendo e ridendo in buona compagnia ma perché tutto ciò era gratis. Felice non lo sarei stato dopo e non lo ero prima: soddisfatto sì, più che soddisfatto, contento e più contento della mia vita pure, ma l’essere felice è una condizione diversa e forse estemporanea. E così, tra un sorso e l’altro, ho realizzato che un individuo (o forse solo io) può essere felice solo in determinati frangenti e che lo scopo di una vita può essere quello di rendere questi frangenti numerosi e lunghi quanto più possibile. Non intendevo rifletterci oltre né scrivere un saggio sulla ricerca della felicità.
Però ho trascorso la settimana successiva a bere ed ubriacarmi, convinto di essere sulla strada per il paese delle meraviglie. Bere con tutte le conseguenze del caso: vomito, mal di testa, figuracce, una mezza rissa, persone che non mi rivolgeranno più la parola. Stamattina, in uno sprazzo di lucidità, leggendo Bufalino, ho capito che quei frangenti di felicità, oltre che essere numerosi e lunghi nel tempo, devono anche avere origini diverse, devono cioè variare. Non si può rinascere tutte le mattine. Quindi va bene ubriacarsi, ma una volta ogni tanto. Va bene viaggiare, se ci si ferma ogni tanto. Va bene concedersi un regalo, ma non qualsiasi cosa. Va bene far l’amore, ma non con la stessa persona. Va bene scrivere, ma non sempre stronzate.


Topper Harley | 10:18 | commenti (16)

domenica, 12 luglio 2009

Questa volta sono stati più gentili. Non come a Bruxelles. Noi siamo stati ingenui, abbiamo commesso errori facilmente evitabili. Loro erano tantissimi, neri e – sembrava – incazzati. Sarà stato il caldo. Noi eravamo eccitati, avevamo voglia di fare e qualcuno sapeva che quelle felpe, indossate alle tre del pomeriggio di un giorno di luglio, avrebbero dato nell’occhio. Tanto spazio, tanta gente. Linea di confine tra due stati.

Capiamo subito che sarebbe stato difficile, impossibile forse. Erano più di noi e troppo vicini l’un altro per poter passare. Se avessimo corso ci avrebbero sparato. No, sparato no, non sarebbe stato carino. Però ci avrebbero fermato con le cattive. Non ne hanno avuto bisogno, ci hanno beccato quasi subito, l’abbronzato non era nemmeno arrivato e il signor Sedicesimo ancora prendeva il caffè. Colpa delle felpe. Servivano a nascondere ciò che alla fine non ci hanno nemmeno sequestrato.

Mi chiedono di seguirli. Avevano il mio documento, dovevo farlo per forza. Mi portano vicino la camionetta e lì vedo tutti gli altri. Mi chiedo come cazzo si sono fatti beccare. Poi capisco, è stato l’atteggiamento: troppo palese che non eravamo lì per far festa. Venti minuti dopo, per la prima volta in vita mia, salgo sulla volante. Finalmente. Conoscevo la camionetta belga e anche quella italiana, la volante mi mancava. E’ stato divertente. Correvano. Per due volte hanno strisciato il fondo dell’auto sul manto stradale, scusandosi pure per la velocità, ma avevano fretta di tornare al loro posto. Arriviamo. Li saluto con un arrivederci, mi guardano sorridendo, mi correggo: speriamo di non rivederci più. L’ufficio non è male, piccolo, accogliente. Non c’è aria condizionata ma non fa caldo. Piano piano arrivano tutti. O meglio quasi tutti. Non sanno che eravamo molti di più. L’azione comunque è fallita. Non è un arresto, non è un fermo. E’ un semplice controllo, ci dicono. E’ vero. Potrò pure circolare con una felpa indosso a luglio no? Ci riconoscono, sanno chi siamo e, lì lo dicono e lì lo negano, approvano quello che facciamo. Ma dovevano fermarci. In fondo si trattava pur sempre delle due più alte personalità del mondo conosciuto. Ci intrattengono, chiaccheriamo, scherziamo insieme, aspettando che l’evento giunga al termine. E l’evento giunge al termine dopo un paio d’ore. Siamo liberi, possiamo andare. La prossima volta non sbaglieremo.


Topper Harley | 21:44 | commenti (18)

domenica, 28 giugno 2009

Il momento si avvicina. Tra un paio di giorni la modella da morire, l’ex modella da morire, lascerà il mio tepee per andare non so dove. E’ una gran perdita. I suoi perizomini sparsi per casa mi mancheranno, soprattutto quello nero di Hello Kitty. Mi farà uno strano effetto rientrare la sera e trovare i mobili esattamente lì dove li avevo visti la mattina, lei li spostava sempre, i mobili, i soprammobili e tutti gli oggetti della casa in genere, ogni giorno una disposizione diversa, tant’è che io alla fine non ci ho capito più niente e credo che la scopa sia ancora nel frigo dove l’ho lasciata. Mi mancherà la sua musica orripilante, così come i post-it attaccati ovunque che usavamo per comunicare. I miei erano gialli, come tutti i post-it del mondo, i suoi erano un misto di fucsia, lilla e milka. Mi mancherà la sua mise da notte, quella magliettina che a fatica le copriva il sedere e a sbavare le scopriva le gambe. Le gambe, quelle cazzo di gambe, che l’altra sera quando siamo usciti insieme (ebbene sì, siamo usciti insieme) mostrava e ostentava col solo intento di farmi sentire Lino Banfi davanti a Edwige Fenech. Aveva una microgonna jeans quella sera, stivaletti e canottiera nera. Fonti attendibili mi hanno riferito che indossava anche il perizoma nero di Hello Kitty. E’ stata una serata..., è stata la serata. Nemmeno il concerto dei Depeche Mode, qualche giorno dopo, è servito a distrarmi. Certo Dave Gahan è proprio un grande, però è un uomo e io sono uomo e la modella è donna, o meglio è femmina, come le piace ricordarmi sempre. E la domanda che tutti mi fanno è sempre la stessa: ci sei andato a letto? E la risposta è sempre la stessa: non sono affari tuoi. E rispondo così solo per far intuire che ci sono andato senza però dirlo apertamente e così uno può immaginare tutto quello che vuole e io non faccio la parte di Lino Banfi, quando in realtà, dentro di me, l’orgoglio soffoca l’ego e grida in silenzio, a tutti quelli che me lo domandano, che io con l’ex modella da morire non ci sono andato a letto ed è così appagante questo ruolo di me che rifiuta una come lei che lo ripeto che non ci sono andato a letto e lo grido e lo scolpisco, lo scavo e lo scrivo. Solo qui però.


Topper Harley | 00:53 | commenti (23)

mercoledì, 17 giugno 2009

Campanella. E’ il briefing dell’atto primo. Sono le 7.10 del mattino e fino a dieci minuti fa stavo sognando Charlize Theron che faceva sesso con Keanu Reeves. Io ero Keanu Reeves. La campanella mi riporta alla realtà. Siamo arrivati a Marsa Alam ieri, siamo in barca da ieri e da ieri aspettiamo questa immersione.

Si scende. Shaab Marsa Alam, 16 metri, 55 minuti. Buona la prima. Tutti contenti.

Campanella. E’ la colazione. Si naviga. Un po’ di sole, poco perché la mia pella ha già un colore rosso Ferrari macchiata di sangue.

Campanella. Pranzo. Si naviga ancora.

Campanella. Briefing. Immersione a Gota Sharm, 33 metri, 44 minuti. I fondali e i pesci cominciano a diventare sempre più interessanti e colorati. Se sapessi anche far funzionare a dovere la mia fotocamera digitale sarebbe perfetto. Ma lì sotto è un altro mondo e tutto un altro colore.

Campanella. Cena. Stanchi morti ed è solo il primo giorno. La bottiglia di vodka che ho imboscato in cabina all’insaputa dell’equipaggio rigorosamente musulmano e quindi non dedito ai piaceri dell’alcool, resta in frigo.

Campanella. Briefing. Sono sempre le 7.10 ma è un altro giorno. Dieci minuti fa sognavo Charlize e Keanu che facevano sesso sott’acqua. Non ero Keanu, cazzo, ma un pesce pagliaccio che gli nuotava intorno. Immersione a Ras Sataya, 36 metri, 55 minuti.

Campanella. Colazione. Si va a Dolphin Reef, dove speriamo di trovare i delfini e, ricazzo, li troviamo. Mi butto in acqua ancora prima di capire che, a nuoto, col cacchio che riesco a stargli dietro. Idea geniale. Mi faccio trainare dal gommone aggrappandomi ad una corda. Seguiamo i delfini tutta la mattina, sono fantastici. Prima d’ora li avevo visto solo in un parco acquatico. Loro invece non mi avevano mai visto. Per ore nuoto e gioco con loro a pochi centimetri senza mai riuscire a sfiorarne uno. Quando finalmente ci riesco, il delfino mi guarda, mi dice qualcosa nella sua lingua e io ricambio. Siamo amici. Gli chiedo l’email ma lui non ce l’ha, non usa internet, non naviga, nuota. Risalgo in barca stanco morto ma morto felice. Non vedo l’ora di sdraiarmi un po’ per riprendermi. Non so ancora che la campana maledetta sta per suonare ancora.

Campanella. Briefing. Si scende a Shaab Malahy, 24 metri, 60 minuti. Risalgo che non ho praticamente aria nella bombola. Devo riposare ma…

Campanella. Pranzo. Mangio con una mano che alza l’altra per imboccarmi. Si naviga.

Campanella. Briefing. Immersione notturna a Sataya West, 10 metri, 47 minuti. La torcia si spegne dopo pochi minuti. Devo seguire gli altri. Per fortuna uno di noi ha pensato bene di portare l’impianto dello stadio Olimpico, sembra giorno, quasi mi abbronzo nonostante la muta.

Campanella. Cena. Sembra notte, lo è. Bevo vodka e coca. Guardo le stelle e le costellazioni dello Stambecco e del Rodeo. Bevo vodka, decisamente.

Campanella. Briefing. Altro posto, stessa ora. Charlize gioca nuda in mezzo ai delfini, Keanu li guarda divertito facendo snorkeling, io sono un pesce napoleone. Comincio a temere di svegliarmi domani ed essere Charlize. Non sarebbe bello fare sesso con Keanu Reeves. Shaab Maksur “punta nord”, 34 metri, 48 minuti.

Campanella. Colazione. Si naviga.

Campanella. Pranzo.

Campanella. Briefing. Shaab Claudio, 19 metri, 74 minuti. Nuovo record mondiale. Mai stato tanto tempo sott’acqua. Acqua del mare intendo, perché sotto la doccia il record è 8 ore e 31 minuti. Navighiamo.

Campanella. Briefing. Notturna a Abu Galawa “Tienstin”, dal nome della nave giapponese, ora relitto, che andiamo ad espolorare. 15 metri, 38 minuti. Ho un’altra torcia ma dura meno della precedente. Per fortuna c’è lo stadio Olimpico.

Campanella. Cena. Ancora vodka. Per poco commetto un errore. Per poco. Fortunatamente non sbaglio mai quando bevo. Notte.

Campanella. Ancora le 7.10. Charlize ha mal di testa, Keanu guarda un film porno. Nel sogno io non esisto, il sesso è ormai un lontano ricordo. Shaab Maksur “punta sud”, 40 metri, 51 minuti.

Campanella. Colazione. Navighiamo in direzione di un piccolo un atollo su cui poter finalmente poggiare i miei piedi palmati. E’ un posto da sogno, sembra Fantasilandia. Cerco Tatoo e sono già pronto ad esprimere un desiderio (sesso con Charlize Theron) ma l’isolotto è deserto.

Campanella. Pranzo.

Campanella. Briefing. Erg Wadi Gimal, 18 metri, 54 minuti.

Campanella. Cena. Notte. La vodka sembra non finire. Domani si scende a Elphinstone, il vero obiettivo di questa missione.

Campanella. Briefing. Sempre le 7.10. Charlize e Keanu fanno sempre sesso, ormai vivono insieme, hanno formato una famiglia. Io sono sempre più lontano da lei. Elphinstone “punta nord”, 41 metri, 64 minuti. E’ il gran giorno del Carcharhinus Longimanus, lo squalo protagonista dell’avventura. Ne vedo due. Sono abbastanza distanti ma riesco a fotografarli.

Campanella. Colazione. Si parla solo di squali.

Campanella. Briefing. Elphinstone “punta sud”, 34 metri, 49 minuti. Ancora i due Longimanus.

Campanella. Pranzo.

Campanella. Briefing. Elphinstone “punta ovest”, 15 metri, 50 minuti.

Campanella. Cena. Poca vodka, molto sonno.

Campanella. Briefing. Charlize è incinta, Keanu è fregato, dice di non essere lui il padre e accusa me. Forse sono stato io quando ero lui, il primo giorno. Ma è un sogno e io lo so. Di nuovo Elphinstone “punta nord”, 41 metri, 65 minuti. Incontro ravvicinato del terzo tipo con il Longimanus. La regola è di nuotargli sotto, mai a pelo d’acqua. Lo fotografo, lo filmo, gli chiedo un autografo. Mi sfiora, divento autore di uno scatto memorabile. Jaques Cousteau sarebbe stato fiero di me.

Campanella. Colazione.

Campanella. Briefing. Elphinstone “punta ovest”, 42 metri, 60 minuti. Ultimo atto. Ancora Longimanus.

Campanella. Pranzo. Si torna indietro. In barca fino a domani. Passeremo tutta la giornata in un resort prima di riprendere il volo la sera. Di Charlize non avrò più notizie e mai saprò se il figlio che porta in grembo è mio, di Keanu o di me quando ero Keanu.

 

E’ stata una grande esperienza. Ho giocato con i delfini. Ho visto pesci pagliaccio, farfalla, napoleone, tonni, barracuda, pesci leone, palla, angelo, pappagallo, ago, trombetta, razze, gorgonie e coralli e chissà cos’altro. Sono stato su un atollo. Ho nuotato con gli squali. Vacanza memorabile. Su tutto, quello che mai dimenticherò sarà però la campanella.

 

 

Egitto


Topper Harley | 22:25 | commenti (14)

lunedì, 08 giugno 2009

Intanto me ne vado al concerto dei Depeche Mode...


Topper Harley | 14:02 | commenti (5)

venerdì, 15 maggio 2009

Non scriverò la storia di lei che se ne va e non ritorna più. Lei passerebbe intere giornate nuda a farsi accarezzare la schiena e a scrivere sul suo corpo.


Topper Harley | 09:29 | commenti (6)

lunedì, 27 aprile 2009

Sto facendo ciò che nessun uomo dovrebbe fare mai nella propria vita: stare a casa e  lavorare. E in tutto ciò vorrei dire solo una cosa: minchia.


Topper Harley | 22:46 | commenti (11)